Wabi-sabi e Pensiero laterale.
Nel mondo dell’arte contemporanea, che inevitabilmente rispecchia l’andamento del gusto della società dove il bello e il perfetto devono essere la caratura d’esempio, anche se troppe volte sostenuti dall’effimero stimolo mediatico senza fondo di causa… (non poche volte capita che "lo stucchevole" sia propinato come bello!! vaPensa come uscire dalla matricebbè lasciamo perdere...) ma rimane che nella media, in un’epoca dominata dalla perfezione visiva e dalla finitura impeccabile, fortunatamente ci sono le voci controcorrente, una in particolare è l’estetica del Wabi-sabi (che, se seguita alla lettera e perfezionata, si sublima ed arriva a un qualcosa di molto più potente dell’aggettivo bĕllus).
L’estetica del wabi-sabi, come filosofia estetica, ha origine giapponese, celebra l’imperfezione, fa intendere la transitorietà del tutto e propone la bellezza dell’usura come nuova angolatura di visione, dove il pensiero laterale ha terreno fertile. Il wabi-sabi trova oggi una corrispondenza nella sperimentazione artistica che sia pittura, ceramica o arredare un balcone. È un invito a cambiare lo sguardo, ad accogliere la fragilità come elemento creativo, a considerare la rottura come parte integrante del processo artistico.
Perché ho fatto un’analogia tra “wabi-sabi” e “pensiero laterale”: ciò si trova nel modo in cui ambedue accettano e valorizzano l’imperfezione e l’inaspettato, incoraggiando a guardare al di là della superficie e delle convenzioni per scoprire una bellezza o una soluzione nascosta. Entrambi sfidano le norme e aprono la mente a nuove possibilità, rendendoli compatibili a livello concettuale, pur operando in ambiti diversi.
Abbracciare l’imperfezione. Dunque, se il wabi-sabi celebra l’imperfezione come una qualità estetica, il pensiero laterale spesso si distacca dalle soluzioni “perfette” o ovvie per esplorare possibilità che esulano dai canoni tradizionali. Entrambi promuovono il valore di ciò che non è immediatamente percepito come “perfetto” o convenzionale.
Rifiutare le convenzioni. Il wabi-sabi rifiuta la perfezione e l’artificio della bellezza tradizionale in favore di una bellezza che emerge dalla naturale impermanenza e dall’usura. Così il pensiero laterale rifiuta le convenzioni del pensiero lineare, cercando soluzioni che vadano contro le aspettative e le convenzioni standard. Entrambi, quindi, incoraggiano un cambiamento di prospettiva che va oltre ciò che è considerato “giusto” o “normale”. 

Riconoscere la transitorietà. Il wabi-sabi è radicato nell’idea della transitorietà e del mutamento come parte del ciclo della vita: la bellezza delle cose è legata alla loro natura effimera. Così il pensiero laterale spesso implica l’idea che le soluzioni ai problemi non siano permanenti, ma possano evolvere o cambiare in modo dinamico, adattandosi a nuove situazioni e prospettive.
Però c’è una differenza fondamentale. Il wabi-sabi è un approccio estetico e filosofico che coinvolge la percezione del mondo in generale, mentre il pensiero laterale è uno strumento pratico e mentale volto a risolvere problemi in maniera creativa.
L’imperfezione come linguaggio. Il wabi-sabi non è soltanto un ornamento: è un modo di essere, un atteggiamento verso la materia e verso l’esistenza. Nell’arte contemporanea assume forme nuove: la crepa non è più un errore da nascondere, ma un segno del tempo; la superficie non liscia diventa traccia del gesto artigianale; l’opera non nasce perfetta, ma si evolve, si trasforma, si tenta. Se intraprendiamo un percorso creativo, ad esempio con la ceramica e in particolare nella tecnica Raku, questo principio è palpabile: la combustione, lo shock termico, gli ossidi imprevedibili generano risultati non completamente controllabili, e proprio in quella indeterminatezza risiede la magia. Allo stesso modo, nel processo del Kintsugi (la riparazione con l’oro) la rima della frattura diventa elemento estetico, rinnovamento, testimonianza di una vita vissuta e non da cancellare.
Angolo dei pennelliPerché questa scelta nel lavoro. Quando ho deciso di dedicarmi alla ceramica Raku, lo feci non solo per la bellezza dell’effetto visivo, ma per il messaggio sottostante: il materiale che supera il suo momento, che respira, che riflette luce e oscurità, che accetta di fratturarsi. Non ho scelto la ceramica per la “facilità” della forma, ma per la potenza della trasformazione. E con il Kintsugi ho trovato l’ideale complemento: se la rottura è inevitabile, e se il tempo lascia tracce, perché nasconderle? Perché trattarle come tabù? Invece la riparazione con oro le valorizza, le rende cicatrici preziose.
L’imperfezione come invito al dialogo. In questo blog desidero aprire uno spazio di riflessione, non solo tecnico ma umano (un po’ come cerco di fare con i miei lavori d’arte). Ogni crepa è dialogo con il tempo. Ogni smalto irregolare è traccia del gesto dell’artista. Ogni oggetto che viene lasciato “non perfetto” è testimonianza della vulnerabilità, dell’errore, della possibilità del recupero. Il wabi-sabi ci insegna che la bellezza non è nella finitura immacolata, ma nell’autenticità della materia che vive. E nel nostro contesto contemporaneo, dove l’artista corre spesso verso l’effetto “wow”, io invece scelgo di rallentare, di sentire, di lasciare che la materia respiri.
A te che leggi ora. Ti invito a guardare le opere intorno a te, nella tua casa, nelle gallerie, nei musei e chiederti: dove vedo fissità? Dove vedo traccia del tempo? Dove forse c’è rottura e c’è riparazione? E se potessi scegliere un oggetto, una ceramica, una pittura, che porti con sé la bellezza dell’imperfetto: lo sceglieresti?