L’Arte come Antidoto alla Frenesia
In un’epoca in cui la produttività detta il ritmo di ogni giornata e l’efficienza sembra l’unico valore riconosciuto, l’arte si pone come un’oasi in cui riscoprire il tempo. L’esperienza artistica, sia come pratica creativa sia come fruizione contemplativa, può diventare un mezzo per rallentare la corsa incessante della modernità e recuperare una dimensione del vivere più profonda e consapevole.
Nel raccontare la mia testimonianza di creativo contemporaneo, cerco di far emergere come l’arte diventi uno spazio in cui abbandono la frenesia quotidiana e ritrovo me stesso: quando mi immergo nella creazione, provo la sensazione di regredire per vivere il tempo in modo libero e senza scadenze prestabilite, ritorno a pensare senza filtri, con abbandono nella mia indole. In questa esperienza, la mano segue l’ispirazione del momento, non la logica della produttività; la bellezza dell’opera nasce dall’imperfezione, dall’ascolto profondo di ciò che accade qui e ora nell’interiorità dell’ “io” artista, e qui intendo che questo modo di fare arte, che non persegue un fine utilitaristico né un risultato commerciale, è un atto di lentezza e di presenza. È un invito tacito ad accogliere la vita come processo, non come rincorsa a una meta da raggiungere. Ogni tanto mi capita di realizzare che -forse ancora inconsapevolmente.) mi propongo ossessivamente aspettative irrealisticamente positive, e la realtà del loro raggiungimento è ben diversa, ecco: la società dell’angoscia e la fuga dalla lentezza.
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Wabi-sabi e Pensiero laterale.
Nel mondo dell’arte contemporanea, che inevitabilmente rispecchia l’andamento del gusto della società dove il bello e il perfetto devono essere la caratura d’esempio, anche se troppe volte sostenuti dall’effimero stimolo mediatico senza fondo di causa… (non poche volte capita che "lo stucchevole" sia propinato come bello!! va
bbè lasciamo perdere...) ma rimane che nella media, in un’epoca dominata dalla perfezione visiva e dalla finitura impeccabile, fortunatamente ci sono le voci controcorrente, una in particolare è l’estetica del Wabi-sabi (che, se seguita alla lettera e perfezionata, si sublima ed arriva a un qualcosa di molto più potente dell’aggettivo bĕllus).
L’estetica del wabi-sabi, come filosofia estetica, ha origine giapponese, celebra l’imperfezione, fa intendere la transitorietà del tutto e propone la bellezza dell’usura come nuova angolatura di visione, dove il pensiero laterale ha terreno fertile. Il wabi-sabi trova oggi una corrispondenza nella sperimentazione artistica che sia pittura, ceramica o arredare un balcone. È un invito a cambiare lo sguardo, ad accogliere la fragilità come elemento creativo, a considerare la rottura come parte integrante del processo artistico.
Perché ho fatto un’analogia tra “wabi-sabi” e “pensiero laterale”: ciò si trova nel modo in cui ambedue accettano e valorizzano l’imperfezione e l’inaspettato, incoraggiando a guardare al di là della superficie e delle convenzioni per scoprire una bellezza o una soluzione nascosta. Entrambi sfidano le norme e aprono la mente a nuove possibilità, rendendoli compatibili a livello concettuale, pur operando in ambiti diversi.
Abbracciare l’imperfezione. Dunque, se il wabi-sabi celebra l’imperfezione come una qualità estetica, il pensiero laterale spesso si distacca dalle soluzioni “perfette” o ovvie per esplorare possibilità che esulano dai canoni tradizionali. Entrambi promuovono il valore di ciò che non è immediatamente percepito come “perfetto” o convenzionale.
Rifiutare le convenzioni. Il wabi-sabi rifiuta la perfezione e l’artificio della bellezza tradizionale in favore di una bellezza che emerge dalla naturale impermanenza e dall’usura. Così il pensiero laterale rifiuta le convenzioni del pensiero lineare, cercando soluzioni che vadano contro le aspettative e le convenzioni standard. Entrambi, quindi, incoraggiano un cambiamento di prospettiva che va oltre ciò che è considerato “giusto” o “normale”.
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L’Arte come mezzo di: Empatia, Inclusione e Cura Attraverso il Supporto Reciproco.
La vita, per chi vive una disabilità fisica, è un mosaico di sfide che si estendono oltre il corpo, arrivando alla psiche e all’anima; potrei sostenere che il cambiamento dettato dalla disabilità è un qualcosa di necessario, ma non voglio distogliermi o contrappormi troppo dal cambiamento che una persona subisce durante l’evolversi della propria vita anche se la disabilità non è intervenuta…
Dunque, tornando alla disabilità fisica, che è inevitabilmente un terreno fertile per la scoperta di una verità profonda che è in noi, qui dobbiamo considerare e riscoprire alcune strade che ci portano a questa scoperta: come l’Arte, l’Empatia e l’Aiuto reciproco che non sono solo strumenti per sopravvivere, bensì se sapientemente liberate “sono ali”; sono la chiave per trasformare una realtà che spesso ci vorrebbe ai margini in una danza di significato, bellezza e connessione.
Come artista, e come persona con disabilità fisica, ho imparato che ogni limite è una soglia, talune volte la passo talune volte no. Ma la soglia non è un qualcosa che ci definisce, ma una possibilità di ridefinire noi stessi e il mondo che ci circonda. Vorrei condividere con voi delle riflessioni che riassumono anche se solo sommariamente, il potere del sostegno reciproco, il valore dell’arte e la necessità di una coscienza empatica rinnovata.
Esiste un’energia quasi magica nell’atto di tendere la mano agli altri. Quando aiutiamo qualcuno, non alleviamo solo le loro difficoltà: scopriamo parti di noi stessi che non sapevamo di avere. È come se il gesto di supporto spalancasse porte interiori, mostrando che la “cura” è un linguaggio universale, capace di guarire in entrambe le direzioni.
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