Questa maschera in ceramica raku nasce come un volto scavato dal tempo e rivelato dal fuoco. Non cerco la perfezione della forma, ma la verità nascosta nelle sue fratture: l’argilla, spinta al limite, restituisce un’espressione che sembra provenire da un luogo antico, dove l’umano incontra la sua ombra.
Le colature degli smalti seguono percorsi imprevedibili, come lacrime minerali che scolpiscono emozioni. Il raku, con la sua combustione rapida e la successiva immersione nei materiali organici, imprime alla superficie una trama di crepe e velature che non posso controllare del tutto: è il fuoco a completare il gesto, a incidere la memoria dell’opera.
In questo volto sento il dialogo tra fragilità e resistenza, tra materia e spirito. Ogni linea è un passaggio, ogni frattura un pensiero che emerge. La maschera diventa così simbolo di trasformazione: un corpo attraversato dall’imperfezione che diventa bellezza, un frammento di umanità restituito dalla terra.
