In questa maschera in argilla, nata dal kurinuki, il gesto antico di scavare la materia da un unico blocco ed ho cercato di far emergere un volto che non racconta un’identità precisa, ma il suo continuo mutare.
Le cavità, le sporgenze e le fratture nascono dal togliere più che dall’aggiungere, come se il volto fosse già custodito nella terra e attendesse solo di essere liberato.
La tecnica raku, con il suo abbraccio imprevedibile di fuoco e fumo, ha completato ciò che le mani non potevano definire: crepe spontanee, riflessi ramati, ombre profonde che vibrano sulla superficie materica. In questa metamorfosi, il volto diventa simbolo di fragilità e trasformazione, un’identità che si costruisce proprio attraverso le sue imperfezioni (qui eco al wabi-sabi).
Il risultato è una maschera che respira nelle sue irregolarità, un frammento di umano affidato al fuoco, dove ogni segno è memoria del dialogo tra gesto antico e trasformazione contemporanea.
«È nelle sue crepe che questo volto respira: il fuoco ha inciso ciò che la mano non poteva dire.»




