SHUJI 修二
Shuji che vuol dire "Secondo Studio", nasce come una ferita e come una promessa. Nel cassone dove è stata posta della segatura (quale elemento combustibile), scelta per il processo di riduzione dell'ossigeno; ovvero quando la maschera viene estratta dal forno ad una temperatura di circa 950 gradi, posta poi a contatto con la segatura, quest'ultima inevitabilmente entra in combustione, immediatamente viene sigillato il cassone contenitore, inizia cosi il processo di riduzione dell'ossigeno, è una tipica procedura per il trattamento della ceramica raku. IN questo caso per lo shock termico la maschera si è spezzata: un momento netto, improvviso, in cui la materia sembra voler rivelare la sua natura più intima.
Non ho cercato di cancellare quella rottura: l’ho accolta, l’ho ascoltata, lasciandola diventare parte della storia dell’opera.
La ricomposizione è avvenuta in laboratorio seguendo la filosofia del kintsugi, dove la frattura non è un difetto, ma un luogo sacro in cui la forma ritrova la sua voce.
Dandogli il nome “Shuji" ecco il significato "Secondo Studio” le linee di rottura non nascondono il trauma: lo trasformano. Il volto, scavato nel turchese, custodisce le sue fragilità come un territorio di memoria, un paesaggio emotivo in cui il fuoco e il caso hanno inciso la loro impronta.
La superficie irregolare, le cavità scure e i riflessi luminosi tipici del raku raccontano un equilibrio instabile, un dialogo fra respiro e silenzio, fra il peso della materia e la sua continua metamorfosi. L’opera nasce da questo rapporto: è un tentativo di dare forma al modo in cui l’essere umano attraversa le proprie fratture, a volte si celano e basta e a volte per la debolezza si mistificano, ma di fatto non scompaio del tutto sono li presenti visibili solo ad occhi attenti, trovando in esse non la fine, ma l’inizio di un’altra possibilità.
In questa maschera convivono tensione e tenerezza, ruvidità e delicatezza, come se il volto emergesse da un ricordo antico, ancora caldo di vita. “Shuji – Secondo Studio” è il segno di una presenza che ritorna, un invito a riconoscere la bellezza imperfetta che ci modella e ci rende interi proprio attraverso ciò che si rompe.
Espressivo, materico, legato alla filosofia dell’imperfezione e alla poetica del raku.
Fragilità, rinascita, memoria della forma.
