Questa maschera in argilla raku nasce come un frammento di memoria primordiale, un volto che affiora dalla terra come se avesse attraversato un lungo silenzio prima di emergere in superficie. Le linee essenziali, il naso prominente, la bocca serrata e gli occhi socchiusi raccontano una interiorità raccolta, un tempo sospeso che vibra tra forza e fragilità.
Nella cottura raku, la materia accetta l’imprevedibile: si lascia attraversare dal fuoco, si incrina, respira, si trasforma. È proprio in questa trasformazione che trovo la mia voce artistica. Ogni ombra, ogni macchia di fumo, ogni variazione cromatica è un dialogo tra controllo e abbandono, tra gesto consapevole e destino della fiamma.
In questa maschera cerco il confine sottile tra l’umano e l’arcaico, tra ciò che mostra e ciò che custodisce. La superficie ruvida, segnata, imperfetta secondo la filosofia wabi-sabi, dona al volto una presenza quasi rituale, come se potesse sussurrare storie rimaste a lungo sepolte nella profondità della coscienza.
È un’opera che invita alla meditazione: non pretende di rappresentare un individuo, ma un’emozione antica, una domanda, un respiro trattenuto. La maschera non osserva: accoglie. Non parla: trattiene. È un frammento di ciò che siamo quando ci spogliamo del superfluo.
«Da questo volto di argilla raku emerge il silenzio antico della materia che diventa emozione.»
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