TAMOTSU 保
Questa maschera in argilla, plasmata e poi affidata alla combustione imprevedibile del raku, nasce come un volto che affiora dal silenzio del tempo. Le crettature, i segni scuri lasciati dal fumo e le asperità della superficie raccontano un dialogo intimo tra materia e respiro interiore. Non cerco la perfezione, ma la verità nascosta nelle fratture: lì dove il fuoco non distrugge, ma rivela.
Nel modellare questo volto ho seguito un gesto lento, quasi rituale, lasciando che l’argilla conservasse il ritmo naturale delle sue imperfezioni. Le linee profonde sulla fronte e gli occhi socchiusi suggeriscono uno stato di quiete antica, una saggezza che non ha bisogno di parole. È un volto che osserva senza giudicare, una presenza che custodisce memorie sotterranee, come se emergesse da una roccia millenaria.
La tecnica raku, con la sua imprevedibilità, completa ciò che le mani iniziano: il fumo penetra nelle crepe, il fuoco disegna mappe interiori, e la superficie si fa pelle di un essere sospeso tra umano e arcaico. Qui la ceramica non è solo materia plasmata, ma un ponte simbolico tra fragilità e permanenza.
Questa maschera non vuole rappresentare qualcuno, ma qualcosa: un’emozione sedimentata, un pensiero antico, un invito alla calma e alla contemplazione. È un oggetto che respira, che parla sottovoce, che chiede di essere guardato con lentezza.



