Opera astratta a smalti su tela: fin dall’ingresso la partita è tra ordine e caos. La mano non finge il compasso; le griglie vibrano, gli interstizi scompensano. È la manualità che mette in scena l’imperfezione felice del wabi-sabi (estetica dell’imperfetto e del transitorio).
Gli smalti colati scorrono come piccole cronache del tempo: la stratificazione (sovrapposizione di segni) registra passaggi e memorie, trasformando la superficie in processo, più che in immagine finita.

Nel vivo del quadro si apre un dialogo: da un lato il rigore progettuale di linee, quadrati e gabbie; dall’altro l’insurrezione di curve, spirali, gocce. Qui la “grammatica” della griglia incontra il “dialetto” dello sgocciolamento. Irregolare ma non arbitrario, il tutto sta in piedi grazie a un ordine sottile, come una partitura dove il controcanto fa respirare la melodia.

La tavolozza mescola toni caldi e freddi: rossi e gialli pulsano, grigi e neri depositano gravità. Ne emerge una scena della doppia natura umana, tra razionalità e impulso.
Sul fondo riappare l’antico duello fra apollineo (forma e misura) e dionisiaco (ebbrezza e disordine). Il significato resta mobile: più percorso che approdo. L’opera invita a sostare nell’incompiuto, dove il tempo, accettato, genera una fragile armonia.