Questa opera nasce come un viaggio nell’invisibile, un tentativo di dare forma alla vibrazione interiore che lega il cosmo al disordine dell’anima. Ho scelto la tela quale superficie ordinaria e quotidiana per accogliere l’imprevisto, e gli smalti sintetici per la loro densità luminosa, capaci di trattenere il respiro della materia.
I cerchi concentrici dorati si espandono come onde, pulsano attorno a un nucleo caldo e ligneo che si incrina, lasciando emergere segni radiali, rossi e verdi, come ferite che respirano. Queste fratture non nascondono la loro imperfezione: la accolgono, la rendono luce. Come in un Kintsugi pittorico, ciò che si spezza diventa ciò che illumina.
Non cerco la perfezione del gesto, ma la sua sincerità. L’energia che guida questa pittura è al tempo stesso centripeta e centrifuga: nasce dal centro e vi ritorna, suggerendo il ritmo del tempo, la memoria, la risonanza delle emozioni. La materia vibra, si espande e si contrae, come un organismo che vive e ascolta.
L’opera non vuole spiegare: invita a percepire. Voglio trasformare il segno in esperienza, la frattura in valore, la superficie in uno spazio di ascolto sensoriale. È un linguaggio sperimentale e intimo, dove il concettuale incontra l’emotivo, e dove l’assurdo, il caso, la bellezza dell’impermanenza diventano strumenti di conoscenza.
In questa prospettiva wabi-sabi, le crepe non feriscono: raccontano la possibilità di rinascere, di comprendere, di condividere silenziosamente la fragilità che ci unisce e ciò che appare come difetto si rivela verità, ciò che sembra disordine è, in realtà, la forma più autentica dell’armonia.
